Se c’è un artista che nel 2026 ha smesso di essere un “caso locale” per diventare un’istituzione nazionale e internazionale, questo è senza dubbio Geolier. Il suo nuovo album, “Tutto è possibile”, è la consacrazione di un percorso che ha abbattuto ogni barriera linguistica

Ma, al di là del fenomeno culturale, ciò che ci preme analizzare qui a La Stanza Dei Fantasmi è il salto di qualità monumentale della produzione.
Il disco è un viaggio che parte da Secondigliano e arriva ai grattacieli di Miami, mantenendo però un’identità sonora che è diventata un vero e proprio “standard napoletano”: batterie trap aggressive, melodie malinconiche e un uso della voce che sfrutta la lingua napoletana come se fosse uno strumento a percussione aggiunto.

Analisi tecnica: Il caso “081”
Il brano 081 è, a nostro avviso, il vertice tecnico del disco. La gestione del low-end (le frequenze basse) è impeccabile. Il sub non è solo una nota, è un’onda d’urto controllata che lascia spazio a un rullante che taglia il mix come un rasoio.
La voce di Emanuele è trattata con una catena di segnale che privilegia la “nitidezza”: nonostante l’uso massiccio di autotune per fini estetici, ogni sillaba è intelligibile, segno di una cura maniacale in fase di registrazione e mix.

Abbiamo notato un lavoro eccezionale sull’immagine stereofonica: i sintetizzatori e le sporche (ad-libs) sono posizionati ai lati estremi del panorama sonoro, lasciando il centro libero per la cassa e la voce principale. Questo crea una sensazione di ampiezza che fa suonare il brano “gigante” anche in cuffia. Geolier ha dimostrato che per dominare l’Italia non serve rinunciare alle proprie radici, ma anzi, bisogna dar loro il suono migliore possibile. Napoli non è più una periferia della scena, è il suo centro nevralgico.
Dallo 081 al Queens: Il feat con 50 Cent
Il vero terremoto mediatico e sonoro del disco è rappresentato dal brano “Phantom”, che vede la partecipazione di una leggenda vivente: 50 Cent. Vedere il leader della G-Unit affiancare Geolier non è solo un’operazione di marketing, ma un passaggio di testimone simbolico.

Dal punto di vista della produzione, il brano è un capolavoro di equilibrio che rischiava di essere dimenticato nel PC di Low Kidd. Sentiamo il “tocco” G-Unit — archi cinematografici e un basso che “pompa” in modo autoritario — fondersi con le ritmiche sincopate moderne care a Geolier. Sentire Fifty rappare su una base che richiama le atmosfere di Napoli, alternandosi alle barre serrate di Emanuele, ci restituisce la sensazione di un cerchio che si chiude: il rap di strada che, pur parlando lingue diverse, condivide lo stesso DNA tecnico ed emotivo. È una collaborazione che eleva Geolier non solo come rapper, ma come curatore artistico capace di dialogare alla pari con i giganti che hanno fatto la storia del genere.
LS

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