Les Jeux Sont Faits

da Ve. 16 Luglio il nuovo singolo “Les jeux sont faits” (Prod. Lo Spettro & Monky B) su tutti i Digital Stores

Tamburi battenti dal sapore africano definiscono un mood energico, scandito da una ritmica ostinata, incalzante e orgiastica. Riusciresti a non muoverti? 

Rap, Trap, Hip-Hop e Afro si fondono nel nuovo singolo di Smeco Da Rua: “Les jeux sont faits”, prodotto da Lo Spettro e Monky B, in uscita su tutti i Digital Stores, il giorno Ve. 16 Luglio, per l’etichetta BabuZzle, edizioni Thaurus Publishing

Smeco Da Rua

Con un testo tagliente e tutt’altro che scanzonato (a dispetto dello stile happy), una metrica matematica e un flow accattivante, Smeco Da Rua propone la #CALAFROTRAP . 

Che cos’è la #Calafrotrap?  

 Smeco Da Rua scrive: ˂˂ Quando mi chiedono ”di dove sei?”,  io rispondo  “Calafrika!”. Forse perché ci separa solo il mare, forse per il caldo d’estate che fa dire che ti sembra di stare in Africa. Credo anche perché qualcuno, per denigrare le nostre città o la nostra regione Calabria, ci abbia definito “calafrikani”, come per offenderci; ma noi non ci siamo offesi, anzi! Ci siamo tenuti l’appellativo con orgoglio e senza vergogna. Calafrika è, dunque, qualcosa di storico e radicato nella nostra tradizione. 

La musica afro mi ha sempre attratto fortemente e i gruppi, i dj, i cantanti più famosi della mia città (Catanzaro) sono molto legati alla cultura black, suonano Reggae, Dance Hall, Afro e Hip-Hop. Da qualche tempo ho scoperto l’Afrotrap che, dopo tutte le declinazioni del Rap, è un sotto-genere della Trap. Ed è l’unico sotto-genere che mi entra dentro.

Smeco Da Rua

Ma, come non ho mai fatto Rap classico, come pur rappando su beat trap non sono un trapper, così  la mia metrica, le mie parole e il mood sul beat afro non sono, per me,  pura Afrotrap. Dunque, un po’ per omaggiare la terra che mi ha cresciuto, un po’ per scelta stilistica personale, l’obiettivo è stato quello di surfare su una nuova wave: #CALAFROTRAP!!!˃˃

Smeco Da Rua: Ettore Posca, classe ’91. Inizia a scrivere all’età di 12 anni, avvicinandosi alla cultura Hip-Hop la cui ricerca, scoperta e comprensione, attraverso l’ascolto dei grandi classici, lo conduce a trasformare in canzoni le proprie poesie. Arrivano presto le prime pubblicazioni: “Metafora” (200); il MixTape “La Voce dei Muti” (2014); “Paranoia MixTape” (2015). 

Lo Spettro e Smeco Da Rua

La ricerca di nuovi stimoli porta al singolo “Vittima” (base di Watchowski, lavoro in studio de Lo Spettro), parte di un ampio progetto artistico (Greenta Music) che sancisce la collaborazione tra Smeco Da Rua e il producer Lo Spettro, fondatore de La Stanza dei Fantasmi (Netlabel e Officina Sonora nata con l’obiettivo di produrre e promuovere musica Urban emergente). Seguirà anche la collaborazione con l’amico e producer Monky B (con cui firma il brano “Dancing Marijuana”).

Monky B

Nel 2018, Smeco Da Rua si trasferisce a Milano, dove registra diverse tracce presso il Caveau Studios di Jack The Smoker, sempre su beat di Watchowski. Nel 2020, durante il lockdown, pensa, scrive e registra “Al Piano di Sotto Mixtape”, insieme al suo socio di sempre (Lo Spettro). Ad Ottobre 2020 pubblica su YouTube, insieme a Lo Spettro DJ, il video ufficiale di “Vintage” (regia di AnywayAgency). 

Segui Smeco Da Rua su:

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https://www.instagram.com/smeco_da_rua/ 

https://soundcloud.com/smecodarua https://www.youtube.com/channel/UC9RLOAYU6e4Y9am9U67YVjg

https://open.spotify.com/artist/2FJ8za3o0zKj0rDQsgnSIl 

https://www.instagram.com/babuzzlesas/

https://www.instagram.com/thauruspublishing/

Maxtape è il nuovo progetto di Nerone: non un semplice mixtape, ma qualcosa di più, come suggerisce il titolo. Il titolo è chiaramente ispirato al nome di battesimo, Massimiliano,  ma di fatto è aggettivo adatto a presentare il prodotto.

All’interno infatti troviamo tantissimi rapper, di fama e livello tecnico elevatissimo. Troviamo Emis Killa & Jake la Furia, Fabri Fibra, Boro Boro, Gianni Bismark, Axos, Nitro, Gemitaiz, Highsnob, Danti, Tormento, J-Ax, Maruego, Mido e Clementino. Insomma, non proprio gli ultimi della scena.

Nerone è riuscito a fare da fulcro e trovare affinità con tutti i rapper ospitati nel proprio progetto, anche se apparentemente molto distanti tra loro. Giovani e veterani, rapper vecchia scuola e trapper innovativi. Nerone riesce ad affiancarsi a tutti questi, senza mai sfigurare, anzi… Cosa non banale, quando si hanno tanti ospiti in un proprio progetto: il rischio è quello perdere la propria identità creando un effetto “compilation”. Invece Nerone riesce a tenere in mano le redini del progetto, per dimostrare che non ha nulla da invidiare  ai più grandi della scena.


Lo stile di Nerone, caratterizzato da barre potenti, incastri e giochi di parole non viene meno in nessuno dei brani. Il suo rap polemico, dissacrante, con tante punchline come una volta è accompagnato da un sound fresco e variegato. Le produzioni sono curate da Sine, Bella Espo, A-Kurt, Funkyman, 2P, Foreigner, Biggie Paul, Frenkie G, Marco Azara, Mastermaind, Garelli, PJ Gionson e Big Joe.


All’interno del disco sono contenuti i singoli già pubblicati negli ultimi mesi: Bataclan (feat Fabri Fibra), Radici (feat Clementino) e Un sec (feat Nitro e Gemitaiz).

Se il Real Talk di qualche giorno fa aveva fatto crescere l’hype intorno a Maxtape, con la release del progetto intero possiamo dire che questa attesa è stata ben ripagata. Per restare aggiornati seguite i social di Nerone ed il sito dedicato a Maxtape!

Fonte:

https://www.rapologia.it/2021/03/26/maxtape-nerone-streaming/

“Il Mio Consiglio é…”
Questa citazione è presa da un vecchio brano della Spaghetti Funk
(se non sai chi sono torna a studiare)
per indicare appunto i nostri consigli all’ascolto.

Due i parametri di valutazione: contenuti e sound, con un punteggio dei parametri che va da 1 a 5 👻 “fantasmini”.

Medioego – Inoki

Il ritorno di INOKI per come lo abbiamo conosciuto, non per come lo abbiamo visto negli ultimi anni. Mi spiego meglio: Per molti “Boomer” e/o “Millenials” , Inoki è uno dei rapper che ha deluso di più nel corso degli anni per via dei suoi atteggiamenti, almeno per me è stato così ( e noi della “Stanza” abbiamo aperto diversi suoi Live in Calabria nonchè siamo stati punto “Rap Pirata Calabria” per la provincia di Cosenza) ed ho ritrovato questo pensiero in molti miei coetanei. Oggi però siamo qui a parlare del nuovo INOKI, un rapper che ha una storia da far invidia a qualsiasi B-BOY.

Infatti lui nasce come rapper nella Bologna di Zona Dopa, di Sangua Misto e di Joe Cassano. Tutti noi conosciamo e cantiamo brani iconici di quest’ultimo insieme proprio ad inoki: “Giorno e Notte” ne è un esempio lampante. Il Ness, all’inizio della sua carriera è un Bolo Rappresent, rappresentante di quell’hip hop fatto di colori, vestiti larghi e jam. Pietra miliare “Bolo by Night” presente nel disco 60Hz di Dj Shocca

Ma veniamo al fulcro della questione. “MEDIOEGO”, l’ultimo disco di Inoki, rilasciato il 15 Gennaio 2021, per cui un disco freschissimo, recente, che però al suo interno nasconde una profondità e maturità artistica e personale.

A sette anni da L’Antidoto, il suo quarto disco, del 2014, Inoki è tornato a fare parlare di sé per un disco con una finalità precisa: sottolineare le incoerenze e le controversie della società moderna e del suo periodo storico, ribattezzato – da qui il titolo del CD – “MedioEgo“.

Contenuto 👻👻👻👻(4)

Il punto di partenza dell’album è da ricercare nel suo titolo “Medioego“, termine generato dalla fusione di “Medioevo“, era associata in molte interpretazioni a decadenza e stagnazione intellettuale, ed “egoismo“, inteso come la ricerca permanente del proprio vantaggio davanti a quello della collettività. Dunque Medioego, presentandosi come un disco sociale, consisteva in una sfida ardua e piena di potenziali ostacoli: su tutti, la necessità di evitare qualsiasi forma di superficialità e soprattutto – specialmente per una persona emotiva e impulsiva come Inoki – di evitare ragionamenti “di pancia”. A livello lirico-testuale, inoltre, Medioego è un disco di gran qualità, che affronta argomenti complicati in maniera convincente, che graffia quando deve colpire e provocare e che rallenta quando bisogna far riflettere l’ascoltatore. Soprattutto, come si è detto precedentemente, ha un pregio fondamentale: l’unicità.

Sound : 👻👻👻👻 (4)

Attenzione, non parliamo dei beats.
Il Sound è quella sensazione inconscia che provoca stati d’animo e sensazioni nell’ascoltatore, anche la scelta dei mix vocali e degli strumenti utilizzati influiscono nella creazione del sound.

La sensazione è che lo stile musicale del rapper sia ormai talmente definito da essere impermeabile alle tendenze dei colleghiMedioego non suona come un album degli anni ’90 o del 2010 o ancora del 2020, ma come un progetto “alla Inoki“, portando una ventata d’aria fresca a una scena spesso troppo uniforme. A livello di sound, infatti, si parla di un CD di grande caratura, realizzato con l’impegno, la cura e l’intelligenza con cui si lavora ai capolavori del genere, e ne va dato il merito allo straordinario e polivalente Chryverde, con cui Inoki ha evidentemente un’intesa fuori dal comune, e agli altri producer che hanno lavorato al progetto: Stabber, Salmo, DJ Shocca, Garelli, Chris Nolan, Big Joe e Phra dei Crookers. In particolare va sottolineato il proficuo dialogo artistico di Inoki con Salmo e con Stabber, autore delle splendide strumentali di Duomo Trema e, ancora di più, la capacità di Chryverde di esaltare, da un lato, le tracce più aggressive e avvelenate e, dall’altro, di regalare al rapper beat catartici e magici come Immortali Ispirazione, che mettono l’anima dell’ascoltatore direttamente in contatto con la natura. Quest’ultima, infatti, impreziosita da un ritornello di Noemi che altro non è che pura arte, permette di ragionare sul “fattore featuring“. La scelta di Inoki, per Medioego, è stata la seguente: “pochi ma fondamentali“. Solo tre ospiti: una Noemi preziosa come l’oro che canta nel ritornello di Ispirazione, una travolgente BigMama al debutto nella “Serie A del rap italiano” e un Tedua più decisivo che brillante. Infatti, la strofa e il ritornello del genovese in WildPirata non sono qualitativamente straordinarie, ma la loro collaborazione è molto significativa proprio perché fortemente voluta e nata per sincera ammirazione reciproca.

Totale 👻👻👻👻👻👻👻👻 (8)

Per concludere, comunque, “Medioego” è un disco ottimo e brillante, di qualità elevata sotto tutti i punti di vista, con una struttura chiara e d’impatto e, soprattutto, unico, perché affronta un tema diverso, un tema controverso e complicato. È un grande album perché porta l’ascoltatore a riflettere e, che si trovi d’accordo o meno con i pensieri di Inoki, lo mette nella condizione di porsi dei dubbi e darsi delle risposte.

E forse è proprio questo il senso dell’arte e – più nello specifico – del rap...

Fonti:

Perché la sneaker adidas nata nel 1950 è tornata di moda

Frank Ocean è solo l’ultimo di una lunga serie di celeb ad essere stato fotografato con un paio di adidas Samba ai piedi, durante una passeggiata in compagnia di Tyler, the Creator, qualche giorno fa a Parigi. L’endorsement da parte di Ocean, style icon prima ancora che artista e cantante, sembra confermare il ritorno definitivo delle Samba, silhouette storica di adidas che dopo anni di oblio e di marginalizzazione – ma non di sparizione completa – sta tornando a far parte dell’estetica dominante. 

In realtà il ritorno non è poi così improvviso, dato che il progetto di rilancio della scarpa era iniziato nel 2018 con un obiettivo ben preciso per adidas: riguadagnare il proprio ruolo all’interno dello sneaker game. Nonostante infatti la rilevanza storica di adidas nel mondo delle sneaker, nel momento di massima espansione e crescita del settore – iniziato nel 2016, e proseguito l’anno successivo con la collezione The Ten di Nike insieme a Virgil Abloh – che cominciava a registrare numeri strabilianti grazie a silhouette in edizione limitata, release esclusive, riedizioni di vecchie scarpe, adidas inaugurava una strategia stratificata e composita. Mentre il brand di Beaverton tirava fuori dall’archivio qualsiasi tipo di Jordan mai prodotta, passandola ad Abloh per un rework di sicuro successo, adidas ha scommesso tutto su Yeezy per conquistare il cuore degli sneakerhead, non rinunciando mai alle Stan Smith, la scarpa più venduta nella storia del brand, reinterpretata e riproposta in innumerevoli versioni, firmate anche da designer, come Raf Simons, e brand streetwear, come Palace, con alterne fortune. Se da una parte il marchio tedesco ha puntato sulla visione di West (all’epoca un azzardo, a posteriori una scommessa vinta), dall’altra ha mantenuto sempre un piano B, imperniato su una scarpa iconica. 

Mentre il mercato delle sneaker e dello streetwear diventava un bolla sempre più grande popolata da silhouette tutte uguali, infinite riedizioni delle stesse scarpe, collaborazioni non ispirate, si andava a formare, e cresceva, una fetta di pubblico che si è progressivamente allontanato da un settore che aveva perso la sua componente culturale ed estetica. All’hype sfrenato e ingiustificato si è contrapposto in maniera sempre più netta l’heritage, la ricerca d’archivio e la qualità di sneaker che hanno superato la prova del tempo. In tutti questi anni, infatti, senza campagne mirate, senza innovazioni o cambiamenti vistosi, senza insomma l’attenzione riservata a release di grande portata, le adidas Samba hanno continuato a vendere, e tanto (35 milioni di paia in tutta la storia di adidas, dietro solo ai numeri delle Stan Smith), mantenendo, quasi senza sforzi, quell’aura di coolness impossibile da costruire artificialmente. È la colorway originale, nei toni del bianco o del nero, ad essere rimasta un simbolo, portatore di valori ed istanze diverse, che si riassumono in un essenzialità normcore. Sembra essere questo il motivo principale dell’efficace ritorno di una silhouette che è diventata una dichiarazione d’intenti, segnando il definitivo passaggio ad un normcore che rifugge logomania, sneaker ultra rare e fit esagerati, optando per un’estetica più understated, più contemporanea ed evoluta. Non sono servite collaborazioni di alto profilo, nonostante la presenza di Grace Wales BonnerJonah Hill, e persino Beyoncé, per far sì che le Samba tornassero ad avere la rilevanza di un tempo, tanto che la scarpa non è cambiata molto dal 1950, l’anno in cui è nata. 

La sneaker indossata solo qualche giorno fa da Frank Ocean, e molto amata anche da A$AP Rocky, è nata infatti nel 1949, entrando in produzione l’anno successivo, ed è una creazione dello stesso Adi Dassler. La Samba nasce come scarpino da calcio, una silhouette tecnica caratterizzata da una suola ricoperta di tacchetti, pensati per le condizioni climatiche e di gioco più estreme, come terreni duri o ghiacciati. Nel giro di poco, grazie alla sua comodità e al design deciso e minimale, la scarpa divenne un accessorio irrinunciabile per calciatori professionisti e non, invadendo anche i campi da calcio indoor. La silhouette fu scelta come la scarpa della nazionale di calcio tedesca ai Mondiali di Calcio del 1954, che la videro trionfare. Fin da allora la prima colorway – tomaia nera intervallata da Three Stripes bianche, suola in gomma e logo col trifoglio oro sulla linguetta – si è evoluta, senza radicali cambiamenti, mantenendo quel gusto sportivo ma classico, elevato da un color blocking minimal e da una silhouette semplice e indimenticabile. 

Il calcio resta uno dei leit-motiv nella storia della scarpa, che cementifica la propria fama e il proprio status symbol all’interno della terrace culture e dell’estetica casual inglese. Negli outfit dei tifosi inglesi, composti per lo più da capi di brand di sportswear italiani, come FILA, Sergio Tacchini, Ellesse e Stone Island, adidas deteneva praticamente il monopolio in fatto di sneaker. Indossare un paio di adidas, fossero esse GazzelleTrimm TrabCampusSpezial o Samba, diventa un vezzo dei tifosi inglesi, sneakerhead ante-litteram che durante la trasferte in Germania erano soliti mettersi alla ricerca di sneaker adidas introvabili o non disponibili sul mercato inglese. Le sneaker del brand diventano dunque parte della divisa ufficiale dei casuals, un ulteriore modo per dare forma ad un’identità anche stilistica, un modo per distinguersi dai tifosi di altre squadre, tanto che le Samba restano tuttora il simbolo dei tifosi del Liverpool

Le Samba travalicano presto i confini dei campi da calcio, diventando a tutti gli effetti un accessorio di lifestyle. Il successo delle scarpe, e la sua durata nel tempo, risiede nella loro polivalenza, nel loro essere iconiche ma non univoche, parte della storia di sport ed estetiche diverse, tanto della skate culture quanto del mondo Brit Pop di inizio anni Duemila, con i fratelli Gallagher, e i Blur di Damon Albarn. Sono state ai piedi di Bob Marley e di Freddie Mercury, di Owen Wilson e di Shia Lebouf, di Ashton Kutcher e di Donald Glover in Atlanta – uno dei volti con cui adidas cerca di conquistare la Black culture, fino al ciclismo di oggi. 

Gli anni Duemila segnano anche il decennio di oblio della scarpa, che rimane prigioniera proprio di quell’estetica casual e Brit Pop che aveva progressivamente perso popolarità e rilevanza. La scarpa però non scompare, ma resiste, rimane nelle collezioni di adidas, sugli scaffali degli store, nei retailer online, anche negli outlet, sempre uguale a sè stessa, e continua a vendere. È quasi una consapevolezza tardiva quella con cui adidas decide di riprendere coscientemente in mano la scarpa rilanciandola senza alterarla, elevandola in definitiva a quello status di leggenda normcore che solo una sneaker come la New Balance 991 può vantare. Il rilancio delle Samba è arrivato al momento giusto, ma sembrerebbe essere stato compreso fino in fondo solo ora, in un periodo in cui abbiamo riscoperto un’essenzialità, un minimalismo, nei gusti, nei gesti, in quell’estetica New Normal di cui la Samba è diventata portavoce. 

Per questa prima settimana di Marzo, noi di LSDF, abbiamo deciso di riprendere la storia delle Sneakers più iconiche al mondo, questa volta parlando delle “Converse All-Star”

Le All-Star, sono le sneakers che da quasi 98 anni vestono i piedi delle nuove generazioni.
Le primissime sneakers sono prodotte dalla Converse Ruberr Shoe Company, azienda nata nel 1908 in una cittadina del Massachusetts che porta il nome del suo fondatore Marquis M. Converse. Nei primi anni di attività produce galosce e altri modelli di calzature in gomma per uomo, donna e bambino.
Dopo alcuni anni, per ampliare il giro di affari, Mr. Convers mette a punto una scarpa adatta allo sport che nei primi anni 10 stava riscuotendo grande successo: il basket.

Nel 1917 nasce la prima Converse All-Stars. La sneakers presentava una suola di gomma spessa ed una struttura in tela nera che abbracciava l’intera caviglia. Nonostante gli sforzi del fondatore per creare una scarpa adatta ai giocatoti di basket, la calzatura non ebbe subito un grande successo.
La fama arriva quando il noto giocatore Chuck Taylor, innamoratosi del confort di queste sneakers, ne promuove le doti in tutto il paese. Chuck apprezzava così tanto queste scarpe che si recava personalmente in azienda per acquistarle e migliorare il modello in base alle sue necessità.

La fortuna di Chuck Taylor fa si che le Converse All-Stars diventino la scarpa più usata nel mondo del basket tanto che nel 1922 fa pubblicare il primo Converse Basketball Yearbook. L’annuario raccoglie tutte le foto ed interviste dei giocatori di basket che indossavano le ormai famosissime Convers All-Star, in modo da far vedere al mondo quali fossero le scarpe dei campioni.
Il contributo di Chuck Taylor è così notevole che nel 1932 l’azienda decide di imprimere il suo nome sul patch della scarpa.

Successivamente in occasione delle olimpiadi del 1936 Chuck Taylor disegna la nuova Converse All-Star. Completamente bianca, riportava i colori del rosso e blu nelle rifiniture come omaggio alla bandiera americana, divenne la scarpa ufficiale dei giochi olimpici fino al 1968.
Nel 1957 nasce Un’altra calzatura in casa Converse, la rivisitata All-Star Low Cut, che riportava tutti i segni distintivi della classica All-Star higt top, ma molto più bassa alla caviglia.
Ma il successo in ambito sportivo delle Converse non ha lunga vita. Negli anni settanta grazie al boom economico nascono numerose aziende, che oggi sono veri colossi in fatto di sportswear come Nike e Adidas, che propongono modelli molto più accattivanti mettendo così in secondo piano quelle che fino ad allora erano le scarpe più amate dagli sportivi.

La fortuna delle Converse non è finita, infatti le storiche All-Star divennero le scarpe indossate da un’intera generazione perché simbolo di una controcultura nascente.
Da scarpe adatte agli sportivi a simbolo di ribellione in pochi decenni. Le All-Star vengono indossate negli anni ’70 ed ’80 da numerosi gruppi rock tra cui gli AC/DC, i Ramones, i Nirvana e non solo anche gli attori considerati belli ed impossibili come James Dean indossano queste calzature comode e uniche nel loro genere.

Nonostante il successo, la concorrenza è spietata e nel 2001 la Converse Ruberr Shoe Company si trova sull’orlo del fallimento.
A salvare questo colosso, per così dire, è la Nike che incorpora il brand acquistandolo per la cifra di 305 milioni di dollari.
Le All-Star sono le sneakers più famose in tutto il mondo. Si stima che ne siano stati venduti quasi 800 milioni di Chuck Taylor e nonostante vengano proposti innumerevoli modelli con fantasie accattivanti, borchie, pelliccia, e doppio gambale, le classiche disegnate dal campione del basket Chuck Taylor in versione bianca o nera, rimangono un cult senza tempo.

cno.webtv.it

Fonte:

https://www.blogdimoda.com/la-storia-delle-converse-all-star-foto-49161.html


La Stanza Dei Fantasmi
presenta
il primo EP Ufficiale di
Ed Crain

interamente prodotto da Lo Spettro DJ

“TETRIS EP”


Tetris,
di Ed Crain
vuole esprimere e descrivere attraverso i testi e la musicalità la condizione di disagio che viviamo quotidianamente.”

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EP completo
disponibile su Spotify / Apple Music / Amazon Music e Youtube.

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Pensato e scritto da Ed Crain,
durante il LockDown,
prodotto | registrato | mixato | masterizzato da Lo Spettro,
al Piano di Sotto” de La Stanza Dei Fantasmi,
a Milano.

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Il progetto vuole esprimere e descrivere attraverso i testi e la musicalità la condizione di disagio che viviamo quotidianamente nella società. Tutto questo viene espresso attraverso una metafora: “IL TETRIS“. Come nel TETRIS anche nella vita si “gioca” con gli incastri. Ogni individuo è incastrato nel suo “piccolo mondo” e dà li non esce! Pezzo dopo Pezzo vede la sua vita scorrere, mentre un pezzo della sua vita va via, ne arriva un’altro e si crea il “nuovo incastro”.
L’EP vuole porre l’attenzione sul flusso continuo che caratterizza le scelte individuali di soggetti tendenti ad un uso spregiudicato delle droghe. L’obiettivo principale è quello di descrivere le “tentazioni” che portano un individuo a scegliere una determinata strada fino alla chiusura totale in sé stesso, quale parte di noi teniamo nascosta e infine quale decidiamo di mostrare. Nella traccia “PEZZI” è facile notare come la scrittura attraverso i termini e i contenuti combacia perfettamente con i ritmi e le musicalità del beat. In questa traccia in particolare viene espresso in modo molto chiaro la “direzione” che l’EP intende seguire riguardo ai concetti espressi.

Le produzioni, oltre che la cura del progetto in sè, sono affidate a Lo Spettro Dj, socio e compagno di una vita. Infatti i due sono gli ultimi membri attivi della crew calabrese “Scratch Your Mind” fondata nel 2012. Tutte le traccie sono diverse tra loro, proprio come i pezzi del tetris, che solo nel momento in cui si allineano, e dunque con uno sguardo e ascolto generale, prendono una forma intera fino alla completa assimilazione tra loro. Troviamo sound latini ma anche sound syntetizzati, dal boom bap hardcore all’electro house.

Ed Crain

Italo Matteo De Luca (in arte Ed Crainclasse ‘80.
Si avvicina alla scrittura
con stesura di abbozzati testi in prosa,
dall’età adolescenziale.
Le influenze d’oltreoceano, come Gang Starr e Chali 2na,
e quelle nostrane, come Salmo e Primo,
hanno modellato la passione per la cultura Hip-Hop,
attraverso l’approccio alla pratica del Rap.
Nel 2015 pubblica il suo primo MixTape “Fuori Orbita.
Nel 2018 pubblica, di seguito,
 “A Cosa Pensi ¿” e “A Cosa Pensi ¿ 2.0“.
Nel 2019, rilascia il singolo “Fallo Pure Tu“,
disponibile su tutte le piattaforme digitali,
in collaborazione con Lo Spettro,
autore della composizione e del lavoro in studio,
presso “La Stanza Dei Fantasmi“, a Milano.

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Lo Spettro DJ

Inizia a scoprire la passione da DJ all’età di 13 anni,
cresciuto tra giradischi “a cinghia” e “Vinili” Disco/Funk anni ‘80 del padre.
Dai 17 anni nei locali e nei centri sociali della sua Città, Cosenza,
diventa pian piano il punto di riferimento della nuova scena Hip-Hop,
in tutta la Calabria, con la crew “Scratch Your Mind”.
Nel 2014 fonda un’etichetta discografica indipendente
La Stanza Dei Fantasmi”,
con uno studio di registrazione che ha ospitato
il gotha della musica calabrese.

“Il Mio Consiglio é…”
Questa citazione è presa da un vecchio brano della Spaghetti Funk
(se non sai chi sono torna a studiare)
per indicare appunto i nostri consigli all’ascolto.

Due i parametri di valutazione: contenuti e sound, con un punteggio dei parametri che va da 1 a 5 👻 “fantasmini”.

DNA – GHALI

Caduta e rinascita di Ghali, che in “DNA” mette in versi la sua crisi (stavolta senza Charlie Charles)

La finta caduta di Ghali dalle scale del palco dell’Ariston, trovata che ha fatto molto parlare della sua esibizione come ospite al Festival di Sanremo, è stata la metafora di una caduta reale, che però ha destato meno scalpore. Nei tre anni successivi all’uscita di “Album“, il disco d’esordio del rapper di origini tunisine che nel 2017 spalancò le porte della scena (t)rap italiana a una nuova generazione di artisti partiti dal basso e intenzionati a cambiare – grazie allo streaming e al web più in generale – le regole della discografia italiana, Ghali non ha fatto altro che interrogarsi sul successo e sul suo futuro.

Temendo di non avere altro da aggiungere a quanto già raccontato in “Ninna nanna” e nelle altre canzoni (dal non-rapporto con il padre – finito in prigione quando lui era solo un bambino – al fortissimo legame con la madre, passando per l’adolescenza tra le palazzine popolari della sua Baggio, il quartiere periferico di Milano in cui è cresciuto), il rapper si è rinchiuso in un lungo silenzio, precipitando in un vortice buio. È proprio mettendo in versi la crisi che stava vivendo che Ghali è riuscito ad uscirne fuori. Le canzoni di “DNA” sono nate così: il nuovo album è il racconto di quella silenziosa caduta e della rinascita artistica del rapper, che a distanza di tre anni dall’esordio torna per dimostrare di avere ancora qualcosa da dire.

Contenuto 👻👻👻👻(4)

Il successo che diventa una droga, l’ansia, le false amicizie, le parole di chi gli diceva “non farai mai nulla e resterai per sempre nel buio in un angolo” che rimbombando nella testa di Ghali in quel vortice buio fanno ancora più rumore, i party e i red carpet che prendono il posto dei cortili grigi delle palazzine di Baggio: “DNA” è il diario che il rapper ha scritto negli ultimi tre anni, cercando un equilibrio – psicologico prima di tutto – tra passato e presente. Ghali racconta le sue esperienze senza cadere nel patetico, con la stessa leggerezza e la stessa ironia che ai tempi di “Happy days” e “Cara Italia” – sono passati “solo” quattro anni, ma dal 2017 ad oggi sono successe così tante cose che sembra essere passata un’era – lo aveva reso un’idolo dei giovanissimi, e che lo rende simpatico anche a chi non ama il genere (un’attitudine che ha spinto molti a descriverlo come uno dei potenziali eredi di Jovanotti).

Sound : 👻👻👻👻 (4)

Attenzione, non parliamo dei beats.
Il Sound è quella sensazione inconscia che provoca stati d’animo e sensazioni nell’ascoltatore, anche la scelta dei mix vocali e degli strumenti utilizzati influiscono nella creazione del sound.

In questo disco troviamo un sound tutto nuovo: dopo il divorzio da Charlie Charles, che aveva dato alle tracce di “Album” un sapore molto riconoscibile, mischiando pop, electro house à la Stromae e atmosfere arabeggianti (una miscela che il producer milanese ha poi applicato anche a “Soldi” di Mahmood e a “Calipso”, la hit estiva con lo stesso Mahmood, Sfera Ebbasta, Fabri Fibra e Dardust, facendola diventare di fatto una formula di successo), Ghali ha deciso di percorrere altre strade. Ci sono invece rappresentanti della scena urban italiana come i Mamakass in “22:22”, Zef in “Boogieman” (con Salmo), Merk & Kremont in “Good times” (è la terza canzone di Ghali ad essere stata scelta per uno spot, dopo “Cara Italia” e “Lascia stare”), Sick Luke in “Fast food” e “Scooby”, Mace e Venerus (presenti in più di un pezzo), che orientano Ghali più verso sonorità da club che da grandi arene. Senza dimenticare il fenomeno ThaSupreme in “Marymango” e Michele Canova, già braccio destro di popstar come Tiziano Ferro, Marco Mengoni e lo stesso Jovanotti, che mette mano ai quattro pezzi più sfacciatamente pop – e meglio riusciti, per melodie, costruzione e sviluppi – del disco, dalla title track a “Fallito”, passando per “Barcellona” (sarebbe da folli non sceglierla come singolo) e “Cuore a destra”. Tanti mondi diversi che convivono in un unico disco, insomma, e che raccontano le tante sfaccettature di Ghali.

Totale 👻👻👻👻👻👻👻👻 (8)

Non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo cosa il futuro riserverà al rapper e alle sue canzoni. Se continueranno a piacere così tanto alle pubblicità, se diventeranno hit internazionali (lui punta a quella dimensione: lo testimoniano le recenti collaborazioni con Ed Sheeran e la star del rap britannico Stormzy e quella, contenuta nel nuovo album, con il nigeriano Mr Eazi su “Combo”), se saranno cantate dai palasport gremiti o dalle folle dei club. Ma siamo curiosi di scoprirlo. Lo eravamo ai tempi di “Album” e continuiamo ad esserlo anche dopo questo “DNA”.

Fonti:

https://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/9095/ghali-dna

Quando si parla di leggende del basket, il primo nome a venire in mente è Michael Jordan. La stessa cosa succede con le sneakers, perché le Air Jordan 1, il modello Nike ispirato al giocatore della NBA e che da lui prende il nome, si sono trasformate in una leggenda, proprio come lui.

Le Air Jordan 1 sono state lanciate per la prima volta da Nike nel novembre 1984. Queste sneakers sono in tutto e per tutto un omaggio a THE GOAT, soprannominato così per le sue doti atletiche ed il suo gioco aereo.

Da quel momento in poi, Nike lanciò il brand Jordan, inizialmente solo per queste scarpe. Il brand sfornava un modello nuovo ogni anno, che veniva indossato da Michael Jordan nel corso della stagione, già dal suo primo anno da professionista.

Le prime Air Jordan 1, per usare un termine del dizionario dello sneakerhead, erano delle signature shoes o player edition, cioè delle scarpe realizzate su misura per un atleta. L’enorme hype generato dal giocatore dei Chicago Bulls portò Nike ad espandere la linea come la conosciamo oggi, realizzando t-shirts, felpe e shorts, non solo da basket, ma anche streetstyle.

Michael Jordan

Ad oggi sono stati realizzati 34 modelli di Air Jordan, che vengono identificati con i numeri romani progressivi. Tra queste, solo alcune furono indossate da Michael in una partita della NBA, in particolare le I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XVI, XVII e XVIII.

Un debutto controverso

Eppure, all’inizio Michael Jordan non voleva firmare con Nike, anzi, voleva adidas. Al college, poi, indossava solo Converse All Star. A Jordan non piacevano proprio quelle scarpe Nike. “Sembrano le scarpe del diavolo”, disse una volta. E poi la suola era troppo alta e non gli faceva “sentire” il campo sotto i piedi. Quella considerazione però fu cruciale, perché Peter Moore ridusse la suola troppo alta dando vita ad una scarpa “diversa” che cambiò per sempre la storia del brand – e non solo.

Il debutto ufficiale sul mercato delle Nike Air Jordan 1 avvenne nel marzo del 1985. Erano delle scarpe dallo stile fresco ed esteticamente molto attraenti, in stile high top, con la tomaia in pelle. Sui lati spiccava lo Swoosh di grandi dimensioni, il logo del pallone alato dedicato alla linea Jordan e la scritta Jordan.

Air Jordan 1 rosso
Air Jordan 1 blu

Le prime Air Jordan 1 erano nere e di un rosso molto acceso. Questa scelta venne criticata aspramente dalla NBA, che bandì le scarpe perché non rispettavano il regolamento sulle uniformi. Secondo il regolamento, le sneakers degli atleti dovevano necessariamente avere una base bianca e i dettagli dei colori della squadra. Ma fu proprio questa controversia a sancire il successo delle Air Jordan 1.

Il debutto fu seguito da una campagna mediatica di enorme successo, fomentata dallo spot pubblicitario chiamato in seguito “Banned Commercial“. Niente male, vero?

Il logo Jumpman

Le Air Jordan 1 sancirono anche il debutto dell’iconico logo Jumpman. Il logo, utilizzato da Nike dal 1987 per promuovere i prodotti della linea Air Jordan, rappresenta la silhouette di Michael Jordan mentre fa una schiacciata.

Air Jordan 1 nero
Air Jordan 1 bianco

“L’inganno” delle Nike Air Ship

Durante il suo primo anno da rookie (’84/’85), MJ indossò un prototipo delle Air Jordan 1, le Nike Air Ship nella famosa colorway “Banned” (rossa e nera) durante una partita contro i New York Knicks. Le Air Ship erano molto simili alle Air Jordan 1. Da quella silhouette infatti Peter Moore realizzò le prime Air Jordan. Il giocatore indossò le Air Ship fino all’aprile ’85, ma nella colorway white/red per via della regola “uniformity of uniform“, secondo cui i colori delle scarpe dovevano rispecchiare quelli dell’uniforme e delle scarpe dei compagni di squadra.

Le scarpe andarono sold out in pochissimo tempo. Allora costavano 65$ ma alcuni rivenditori le piazzarono a 100, cosa che non aveva precedenti nel mondo delle sneakers dell’epoca. Michael indossò di nuovo le Air Ship “Banned” durante lo Slam Dunk Contest dell’All-Star Game nel febbraio del 1985. Dato che non era una partita ufficiale, la NBA non multò i Bulls ma ne approfittò per inviare la famosa lettera per “scoraggiare” l’uso della scarpa con i “colori del diavolo”.

Le Air Jordan 1 “UNRELEASED”

Durante la seconda stagione di Jordan nella NBA (’85/’86), Michael continuò ad indossare le Jordan 1. Fino a quando, durante la sfida contro i Golden State Warriors, si fratturò l’osso del piede sinistro. Michael perse 64 partite quella stagione. Quando tornò a giocare, Nike lo equipaggiò con un paio di Air Jordan 1 inedito, con delle cinghie di supporto alla caviglia create apposta per lui. Grazie al suo ritorno in campo, i Bulls vinsero le ultime partite della stagione e si qualificarono ai playoff, dove trovarono i Boston Celtics di Larry Bird. I Chicago Bulls persero 3-0, ma Michael segnò 63 punti – miglior prestazione di sempre nei playoff – al Boston Garden. Fu in quella occasione che Larry Bird pronunciò la famosa frase “quello era Dio travestito da Michael Jordan”.

La linea e il successo delle Air Jordan 1 proseguono tuttora, anche dopo il ritiro di Michael Jordan. Lui stesso ha voluto che diventassero testimonial del brand campioni dello sport come Carmelo Anthony, Ray Allen, Chris Paul, Blake Griffin, Russell Westbrook, Jimmy Butler, Andre Drummond, Jayson Tatum, Terrell Owens, Derek Jeter, Roy Jones Jr., Gennady Golovkin, Andre Ward, Neymar, oltre che il regista afroamericano Spike Lee.

Basket legends
Air Jordan 1 NBA

Le leggende non muoiono mai

Nel 1986 Peter Moore e Bruce Kilgore riprogettarono le Air Jordan, ma il design non piacque a Michael Jordan, che per un pelo non lasciò Nike. Il futuro delle Air Jordan passò poi nelle mani di Tinker Hatfield. Questi disegnò le Air Jordan III, reinventando il modello con l’unità Air visibile e dando vita al logo Jumpman. Le sneakers convinsero Jordan a restare con Nike e Hatfield continuò a progettare tutte le Air Jordan a venire, fino al numero XV.

Da scarpa da basket a scarpa di culto, dal 2007 le Air Jordan 1 hanno assistito ad un rilancio del modello, giustificato dall’enorme richiesta dei classici Jordan. Tanto che, dal 1984, l’anno in cui le indossò per la prima volta MJ, hanno visto la luce centinaia di edizioni OG, per la gioia dei fan.

La cultura “Hip-Hop” ha conquistato molti aspetti della vita di tutti i giorni: l’abbigliamento, la musica, i modi di fare e il cinema. Proprio grazie a quest’ultimo aspetto, noi di LSDF, non potevamo fermarci a raccontarvi il nostro mondo solo attraverso 5 titoli, la strada è ancora lunga e piena di chicche nascoste: Film semi-romantici, film puramente rap e commedie demenziali.

Ecco perchè abbiamo selezionato per voi “Altri 5 Film HipHop da vedere assolutamente”

1) 8 MILE

Alle soglie dei vent’anni, si può dire che 8 Mile (2002) sia un film che è rimasto a segnare un’epoca. Riesce a fotografare bene un determinato periodo storico, gli anni Novanta, di un determinato paese, gli Stati Uniti, e un determinato ambiente sociale, prima ancora che scena musicale. Infine, ruota attorno a un uomo che, checché se ne dica- Eminem è personaggio ostico, capace di attirare su di sé critiche e antipatie almeno quanto apprezzato sulla scena hip-hop – di quella scena è ed è stato indiscusso protagonista.

Il film è un viaggio nella Detroit più difficile, quella da cui la storia di Marshall Bruce Mathers III – vero nome di Eminem – è iniziata proprio agli albori degli anni Novanta. 8 Mile fu un successo non solo in patria, dove vinse il Premio Oscar per la miglior canzone, Lose Yourself, ad opera di Eminem stesso, che chiudeva il film – per la prima volta fu una canzone rap ad aggiudicarsi il premio. Con questo film Eminem guadagnò anche due MTV Movie Awards – miglior interpretazione maschile e miglior rivelazione – e due Grammy Awards  – miglior canzone rap e miglior performance solista.

2) STEP UP

Step up è un film del 2006 diretto dalla coreografa Anne Fletcher con Channing Tatum e Jenna Dewan. Racconta la storia di Tyler, un ragazzo che vive alla giornata e insieme agli amici Mac e Skinny Carter si diverte a commettere piccoli furti e bravate. Una sera i tre si intrufolano nel teatro della Maryland School of art danneggiando delle scenografie. Sorpresi da una guardia di sicurezza Tyler si addossa le colpe facendo scappare i due amici. Viene condannato a svolgere 200 ore di lavori socialmente utili proprio nella scuola che ha danneggiato.

Qui Tyler conosce Nora Clark un’allieva della scuola che sta preparando una coreografia a due per il saggio di fine anno durante il quale avrà la possibilità di farsi notare da importanti coreografi e di ottenere un ingaggio. Il suo partner però si sloga una caviglia e Tyler propone a Nora di sostituirlo perché, nonostante non abbia mai studiato, è un bravo ballerino. La ragazza accetta e tra i due nasce un grande affiatamento e presto anche un sentimento. Ma molti sono gli ostacoli che metteranno a repentaglio il loro rapporto e il futuro di Nora.

3) 2 SBALLATI AL COLLEGE

Due sballati al college (How High) è una commedia del 2001, diretto da Jesse Dylan e con attori protagonisti i 2 mitici MC “Method Man & RedMan”. La storia si incentra su due fumatori d’erba, Silas e Jamal. Quando l’amico Ivory muore, Silas fa uso delle sue ceneri come fertilizzante per un nuovo lotto di Ganja ma prima del suo esame per il college incontra Jamal. Entrambi vorrebbero fumare della marijuana ma hanno bisogno l’uno dell’aiuto dell’altro; iniziano così la loro amicizia. In quanto la pianta che fumano è stata concimata con le ceneri di Ivory, il suo fantasma appare ai due amici e li aiuta nel test facendoli passare con punteggio pieno. Mentre i docenti sono dubbiosi nell’offrire una borsa di studio ai due, loro si dimostrano non particolarmente attratti da ciò. Il preside Huntley, alla fine, suggerisce ai due di entrare all’università di Harvard. I due accettano l’offerta e continuano a usare l’erba “magica” per avere successo, ottenendo risultati sempre più grandiosi.

4) GET RICH OR DIE TRYIN’

Get Rich or Die Tryin’ è un film di genere Drammatico, Poliziesco del 2005 diretto da Jim Sheridan con Curtis Jackson e Benz Antoine. Distribuito in Italia da Universal Pictures. Possiamo dire che è una sorta di biografia dell’attore protagonista: “50 Cent”. Ovviamente stiamo parlando di una storia ritoccata e infiorettata per il grande pubblico, ma in linea di massima possiamo dire che sia la storia di Curtis Jackson.

Marcus (50 Cent), ragazzone timido e introverso, spaccia droga per strada, ma il suo sogno è fare soldi e diventare una star del panorama musicale. Grazie alla sua passione, riuscirà a salvarsi da un destino di delinquenza già segnato. Dopo Il mio piede sinistro (1989) e Nel nome del padre (1993), Jim Sheridan solca terreni più pop nel biopic su 50 Cent, celebre rapper colpito da nove colpi di pallottola, uno dei quali, sulla lingua, provoca il difetto sonoro diventato suo marchio di fabbrica. Sorta di gangster-movie, che trae il titolo dall’album d’esordio dell’artista e che richiama (troppo) da vicino 8 Mile (2002) di Curtis Hanson con Eminem: anche qui strada, rap e un passato difficile, ma con scelte narrative ancor meno convincenti, sono gli ingredienti di un prodotto prevedibile e senza guizzi, con uno sbilanciamento tra momenti introspettivi e inserti musicali.

5) NOTORIUS

Concludiamo questi altri 5 film con “Notorius”, film biografico sulla vita e sulla morte di “The Notorius B.I.G”.

Il 9 marzo 1997 Christopher George Latore Wallace, meglio conosciuto come The Notorious B.I.G., sta rientrando in macchina al suo hotel dopo essere stato al Soul Train Award di Los Angeles quando un uomo a bordo di un’auto apre il fuoco uccidendolo all’istante. Il secondo album del celebre rapper della East Coast, “Life After Death”, esce quindici giorni più tardi e debutta al primo posto delle classifiche. Notorious è la cronaca (romanzata) della vita di Wallace. Partendo dalla notte dell’omicidio, il regista George Tillman, Jr. ne ripercorre in maniera cronologica tutte le tappe, da quando ragazzino veniva deriso dai compagni di scuola per la sua stazza e perché scriveva rime, al primo contratto discografico con la Bad Boy Records di Sean “Puffy” Combs, dagli anni in cui, giovanissimo, si guadagnava da vivere spacciando droga per le strade di Brooklyn alle tormentate storie d’amore con baby mama Jan, Kimberly “Lil’ Kim” Jones e Faith Evans.
A scandire l’ascesa dell’icona del rap sono i brani (editi) dello stesso Notorious B.I.G. che raccontano la sua storia e allo stesso tempo offrono la colonna sonora ideale per mettere in luce il contesto in cui nascevano i suoi testi taglienti, violenti e autobiografici. All’epoca l’hip-hop si divideva principalmente in due fazioni; da una parte risuonava la West Coast con Snoop Doggy Dogg, Dr. Dre, Tupac Shakur e la Death Row Records e dall’altra ribatteva la East Coast con la Bad Boy Records di Sean “Puffy” Combs e Craig Mack, The Notorious B.I.G. e i suoi “protetti”, i Junior M.A.F.I.A.. La battaglia a colpi di rime (e di armi da fuoco) diviene del biopic punto focale nel momento in cui i rapporti tra Biggie Smalls (altro moniker del massiccio Mc) e 2Pac si irrigidiscono culminando con minacce e spari, ma la cronaca dei fatti manca di obiettività e presenta qualche lacuna. Laddove il film addita i media come principali responsabili del crescente astio tra le due fazioni rivali, la storia perde parte della sua credibilità e cede al buonismo liberando gli esponenti della East Coast dalle accuse e tramutando persino Puff Daddy in una sorta di paladino della giustizia.
Se è vero che da un’opera, per quanto biografica, prodotta da amici e parenti non ci si può aspettare assoluta franchezza e veridicità, Notorious (prodotta dalla signora Voletta Wallace, da Sean Combs e soci, e interpretata dal figlio del rapper, CJ, nel ruolo di Chris bambino) può essere considerata più un omaggio a un grande artista che non un puro biopic. Tuttavia la bravura degli attori – l’esordiente Jamal Woolard offre corpo e movenze a Biggie Smalls in una prova eccellente, Angela Bassett si confronta magistralmente col ruolo della madre e Derek Luke si dimostra più che capace a vestire gli eleganti abiti di Combs – fa del film di George Tillman, Jr. un buon prodotto d’intrattenimento per i seguaci della scena hip-hop e per quanti non conoscessero l’uomo che iniziò la scalata al successo sentendosi pronto a morire e la terminò a soli ventiquattro anni quando si era finalmente detto pronto a vivere

L’hip-hop ha sicuramente trovato la sua strada sotto i riflettori della cultura tradizionale. Se ci pensate, alcune delle più grandi star dell’intrattenimento e dei social media provengono tutte dal mondo dell’hip-hop. Nomi come Kanye West, Nicki Minaj, Snoop Dogg e Dr. Dre sono tutti nati nel mondo del rap, ma ora sono personalità importanti nel regno delle celebrità.

Abbiamo selezionato per voi “5 Film HipHop da vedere assolutamente”

1) L’ODIO (LA HAINE)

L’ODIO (La Haine) è il primo film di cui vi consigliamo la visione. Tutti noi abbiamo sentito “la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani”, ecco, è da qui che arriva. L’odio è un film del 1995 scritto e diretto da Mathieu Kassovitz, vincitore del Premio per la miglior regia al Festival di Cannes.
La pellicola, girata in bianco e nero, prende spunto dalla reale uccisione di un ragazzo delle banlieue di Parigi da parte della polizia. Nella versione originale i dialoghi sono in verlan, un gergo parigino caratterizzato dall’inversione delle sillabe di una parola per crearne una nuova.

2) STRAIGHT OUTTA COMPTON

STRAIGHT OUTTA COMPTON è diretto da F. Gary Gray.
Il titolo del film prende il nome dell’omonimo album del 1988, con il quale gli N.W.A. hanno fatto il loro debutto. Tra i membri più importanti del gruppo vogliamo citare Ice Cube, Dr Dre ed Eazy E.
Il film narra la storia di cinque ragazzi di Compton, California, che, armati unicamente di testi hip hop schietti e brutali e della loro spavalderia, si ribellarono contro gli abusi delle autorità e formarono gli N.W.A. E così, raccontando la vita del ghetto come mai nessuno prima, diedero vita a una rivoluzione sociale la cui eco risuona ancora oggi. Gli eventi del film si collocano tra il 1986 e il 1995.

3) FA’ LA COSA GIUSTA

FA’ LA COSA GIUSTA del 1989 è considerato uno dei lavori più importanti di Spike Lee, lo citeremo nella nostra lista non solo perchè film squisitamente hip hop, ma per il fatto che abbia contribuito molto a far conoscere le realtà di cui molti testi rap sono portavoce. La vicenda principale della pellicola, sita ad Harlem, è un evento successo realmente negli anni ’40.

4) WILD STYLE

Secondo noi WILD STYLE è stato molto importante per la diffusione della cultura Hip Hop in italia. Grazie a film come questo e “Beat Street” generazioni di B-Boy sono cresciute col mito dell’Hip-Hop, dei graffiti, della break-dance e del rap.

WILD STYLE ,del 1983, infatti è una pellicola di notissima icona sociale, prodotta da Charlie Ahearn. Una rivoluzione culturale singolare quella descritta dal capolavoro cinematografico Wild Style che è riuscito a influenzare album del calibro di Illmatic di Nas, Midnight Marauders degli A Tribe Called Quest, Black Sunday dei Cypress Hill, Resurrection di Common e Check your Head dei Beastie Boys.

5) BEAT STREET

BEAT STREET è un film del 1984 diretto da Stan Lathan. Il film, come dicevamo prima, è considerato un cult movie del genere Hip-Hop Old School e della Break Dance, come i precedenti Style Wars e Wild Style, entrambi usciti nel 1983.