Maxtape è il nuovo progetto di Nerone: non un semplice mixtape, ma qualcosa di più, come suggerisce il titolo. Il titolo è chiaramente ispirato al nome di battesimo, Massimiliano,  ma di fatto è aggettivo adatto a presentare il prodotto.

All’interno infatti troviamo tantissimi rapper, di fama e livello tecnico elevatissimo. Troviamo Emis Killa & Jake la Furia, Fabri Fibra, Boro Boro, Gianni Bismark, Axos, Nitro, Gemitaiz, Highsnob, Danti, Tormento, J-Ax, Maruego, Mido e Clementino. Insomma, non proprio gli ultimi della scena.

Nerone è riuscito a fare da fulcro e trovare affinità con tutti i rapper ospitati nel proprio progetto, anche se apparentemente molto distanti tra loro. Giovani e veterani, rapper vecchia scuola e trapper innovativi. Nerone riesce ad affiancarsi a tutti questi, senza mai sfigurare, anzi… Cosa non banale, quando si hanno tanti ospiti in un proprio progetto: il rischio è quello perdere la propria identità creando un effetto “compilation”. Invece Nerone riesce a tenere in mano le redini del progetto, per dimostrare che non ha nulla da invidiare  ai più grandi della scena.


Lo stile di Nerone, caratterizzato da barre potenti, incastri e giochi di parole non viene meno in nessuno dei brani. Il suo rap polemico, dissacrante, con tante punchline come una volta è accompagnato da un sound fresco e variegato. Le produzioni sono curate da Sine, Bella Espo, A-Kurt, Funkyman, 2P, Foreigner, Biggie Paul, Frenkie G, Marco Azara, Mastermaind, Garelli, PJ Gionson e Big Joe.


All’interno del disco sono contenuti i singoli già pubblicati negli ultimi mesi: Bataclan (feat Fabri Fibra), Radici (feat Clementino) e Un sec (feat Nitro e Gemitaiz).

Se il Real Talk di qualche giorno fa aveva fatto crescere l’hype intorno a Maxtape, con la release del progetto intero possiamo dire che questa attesa è stata ben ripagata. Per restare aggiornati seguite i social di Nerone ed il sito dedicato a Maxtape!

Fonte:

https://www.rapologia.it/2021/03/26/maxtape-nerone-streaming/

“Il Mio Consiglio é…”
Questa citazione è presa da un vecchio brano della Spaghetti Funk
(se non sai chi sono torna a studiare)
per indicare appunto i nostri consigli all’ascolto.

Due i parametri di valutazione: contenuti e sound, con un punteggio dei parametri che va da 1 a 5 👻 “fantasmini”.

Medioego – Inoki

Il ritorno di INOKI per come lo abbiamo conosciuto, non per come lo abbiamo visto negli ultimi anni. Mi spiego meglio: Per molti “Boomer” e/o “Millenials” , Inoki è uno dei rapper che ha deluso di più nel corso degli anni per via dei suoi atteggiamenti, almeno per me è stato così ( e noi della “Stanza” abbiamo aperto diversi suoi Live in Calabria nonchè siamo stati punto “Rap Pirata Calabria” per la provincia di Cosenza) ed ho ritrovato questo pensiero in molti miei coetanei. Oggi però siamo qui a parlare del nuovo INOKI, un rapper che ha una storia da far invidia a qualsiasi B-BOY.

Infatti lui nasce come rapper nella Bologna di Zona Dopa, di Sangua Misto e di Joe Cassano. Tutti noi conosciamo e cantiamo brani iconici di quest’ultimo insieme proprio ad inoki: “Giorno e Notte” ne è un esempio lampante. Il Ness, all’inizio della sua carriera è un Bolo Rappresent, rappresentante di quell’hip hop fatto di colori, vestiti larghi e jam. Pietra miliare “Bolo by Night” presente nel disco 60Hz di Dj Shocca

Ma veniamo al fulcro della questione. “MEDIOEGO”, l’ultimo disco di Inoki, rilasciato il 15 Gennaio 2021, per cui un disco freschissimo, recente, che però al suo interno nasconde una profondità e maturità artistica e personale.

A sette anni da L’Antidoto, il suo quarto disco, del 2014, Inoki è tornato a fare parlare di sé per un disco con una finalità precisa: sottolineare le incoerenze e le controversie della società moderna e del suo periodo storico, ribattezzato – da qui il titolo del CD – “MedioEgo“.

Contenuto 👻👻👻👻(4)

Il punto di partenza dell’album è da ricercare nel suo titolo “Medioego“, termine generato dalla fusione di “Medioevo“, era associata in molte interpretazioni a decadenza e stagnazione intellettuale, ed “egoismo“, inteso come la ricerca permanente del proprio vantaggio davanti a quello della collettività. Dunque Medioego, presentandosi come un disco sociale, consisteva in una sfida ardua e piena di potenziali ostacoli: su tutti, la necessità di evitare qualsiasi forma di superficialità e soprattutto – specialmente per una persona emotiva e impulsiva come Inoki – di evitare ragionamenti “di pancia”. A livello lirico-testuale, inoltre, Medioego è un disco di gran qualità, che affronta argomenti complicati in maniera convincente, che graffia quando deve colpire e provocare e che rallenta quando bisogna far riflettere l’ascoltatore. Soprattutto, come si è detto precedentemente, ha un pregio fondamentale: l’unicità.

Sound : 👻👻👻👻 (4)

Attenzione, non parliamo dei beats.
Il Sound è quella sensazione inconscia che provoca stati d’animo e sensazioni nell’ascoltatore, anche la scelta dei mix vocali e degli strumenti utilizzati influiscono nella creazione del sound.

La sensazione è che lo stile musicale del rapper sia ormai talmente definito da essere impermeabile alle tendenze dei colleghiMedioego non suona come un album degli anni ’90 o del 2010 o ancora del 2020, ma come un progetto “alla Inoki“, portando una ventata d’aria fresca a una scena spesso troppo uniforme. A livello di sound, infatti, si parla di un CD di grande caratura, realizzato con l’impegno, la cura e l’intelligenza con cui si lavora ai capolavori del genere, e ne va dato il merito allo straordinario e polivalente Chryverde, con cui Inoki ha evidentemente un’intesa fuori dal comune, e agli altri producer che hanno lavorato al progetto: Stabber, Salmo, DJ Shocca, Garelli, Chris Nolan, Big Joe e Phra dei Crookers. In particolare va sottolineato il proficuo dialogo artistico di Inoki con Salmo e con Stabber, autore delle splendide strumentali di Duomo Trema e, ancora di più, la capacità di Chryverde di esaltare, da un lato, le tracce più aggressive e avvelenate e, dall’altro, di regalare al rapper beat catartici e magici come Immortali Ispirazione, che mettono l’anima dell’ascoltatore direttamente in contatto con la natura. Quest’ultima, infatti, impreziosita da un ritornello di Noemi che altro non è che pura arte, permette di ragionare sul “fattore featuring“. La scelta di Inoki, per Medioego, è stata la seguente: “pochi ma fondamentali“. Solo tre ospiti: una Noemi preziosa come l’oro che canta nel ritornello di Ispirazione, una travolgente BigMama al debutto nella “Serie A del rap italiano” e un Tedua più decisivo che brillante. Infatti, la strofa e il ritornello del genovese in WildPirata non sono qualitativamente straordinarie, ma la loro collaborazione è molto significativa proprio perché fortemente voluta e nata per sincera ammirazione reciproca.

Totale 👻👻👻👻👻👻👻👻 (8)

Per concludere, comunque, “Medioego” è un disco ottimo e brillante, di qualità elevata sotto tutti i punti di vista, con una struttura chiara e d’impatto e, soprattutto, unico, perché affronta un tema diverso, un tema controverso e complicato. È un grande album perché porta l’ascoltatore a riflettere e, che si trovi d’accordo o meno con i pensieri di Inoki, lo mette nella condizione di porsi dei dubbi e darsi delle risposte.

E forse è proprio questo il senso dell’arte e – più nello specifico – del rap...

Fonti:

Perché la sneaker adidas nata nel 1950 è tornata di moda

Frank Ocean è solo l’ultimo di una lunga serie di celeb ad essere stato fotografato con un paio di adidas Samba ai piedi, durante una passeggiata in compagnia di Tyler, the Creator, qualche giorno fa a Parigi. L’endorsement da parte di Ocean, style icon prima ancora che artista e cantante, sembra confermare il ritorno definitivo delle Samba, silhouette storica di adidas che dopo anni di oblio e di marginalizzazione – ma non di sparizione completa – sta tornando a far parte dell’estetica dominante. 

In realtà il ritorno non è poi così improvviso, dato che il progetto di rilancio della scarpa era iniziato nel 2018 con un obiettivo ben preciso per adidas: riguadagnare il proprio ruolo all’interno dello sneaker game. Nonostante infatti la rilevanza storica di adidas nel mondo delle sneaker, nel momento di massima espansione e crescita del settore – iniziato nel 2016, e proseguito l’anno successivo con la collezione The Ten di Nike insieme a Virgil Abloh – che cominciava a registrare numeri strabilianti grazie a silhouette in edizione limitata, release esclusive, riedizioni di vecchie scarpe, adidas inaugurava una strategia stratificata e composita. Mentre il brand di Beaverton tirava fuori dall’archivio qualsiasi tipo di Jordan mai prodotta, passandola ad Abloh per un rework di sicuro successo, adidas ha scommesso tutto su Yeezy per conquistare il cuore degli sneakerhead, non rinunciando mai alle Stan Smith, la scarpa più venduta nella storia del brand, reinterpretata e riproposta in innumerevoli versioni, firmate anche da designer, come Raf Simons, e brand streetwear, come Palace, con alterne fortune. Se da una parte il marchio tedesco ha puntato sulla visione di West (all’epoca un azzardo, a posteriori una scommessa vinta), dall’altra ha mantenuto sempre un piano B, imperniato su una scarpa iconica. 

Mentre il mercato delle sneaker e dello streetwear diventava un bolla sempre più grande popolata da silhouette tutte uguali, infinite riedizioni delle stesse scarpe, collaborazioni non ispirate, si andava a formare, e cresceva, una fetta di pubblico che si è progressivamente allontanato da un settore che aveva perso la sua componente culturale ed estetica. All’hype sfrenato e ingiustificato si è contrapposto in maniera sempre più netta l’heritage, la ricerca d’archivio e la qualità di sneaker che hanno superato la prova del tempo. In tutti questi anni, infatti, senza campagne mirate, senza innovazioni o cambiamenti vistosi, senza insomma l’attenzione riservata a release di grande portata, le adidas Samba hanno continuato a vendere, e tanto (35 milioni di paia in tutta la storia di adidas, dietro solo ai numeri delle Stan Smith), mantenendo, quasi senza sforzi, quell’aura di coolness impossibile da costruire artificialmente. È la colorway originale, nei toni del bianco o del nero, ad essere rimasta un simbolo, portatore di valori ed istanze diverse, che si riassumono in un essenzialità normcore. Sembra essere questo il motivo principale dell’efficace ritorno di una silhouette che è diventata una dichiarazione d’intenti, segnando il definitivo passaggio ad un normcore che rifugge logomania, sneaker ultra rare e fit esagerati, optando per un’estetica più understated, più contemporanea ed evoluta. Non sono servite collaborazioni di alto profilo, nonostante la presenza di Grace Wales BonnerJonah Hill, e persino Beyoncé, per far sì che le Samba tornassero ad avere la rilevanza di un tempo, tanto che la scarpa non è cambiata molto dal 1950, l’anno in cui è nata. 

La sneaker indossata solo qualche giorno fa da Frank Ocean, e molto amata anche da A$AP Rocky, è nata infatti nel 1949, entrando in produzione l’anno successivo, ed è una creazione dello stesso Adi Dassler. La Samba nasce come scarpino da calcio, una silhouette tecnica caratterizzata da una suola ricoperta di tacchetti, pensati per le condizioni climatiche e di gioco più estreme, come terreni duri o ghiacciati. Nel giro di poco, grazie alla sua comodità e al design deciso e minimale, la scarpa divenne un accessorio irrinunciabile per calciatori professionisti e non, invadendo anche i campi da calcio indoor. La silhouette fu scelta come la scarpa della nazionale di calcio tedesca ai Mondiali di Calcio del 1954, che la videro trionfare. Fin da allora la prima colorway – tomaia nera intervallata da Three Stripes bianche, suola in gomma e logo col trifoglio oro sulla linguetta – si è evoluta, senza radicali cambiamenti, mantenendo quel gusto sportivo ma classico, elevato da un color blocking minimal e da una silhouette semplice e indimenticabile. 

Il calcio resta uno dei leit-motiv nella storia della scarpa, che cementifica la propria fama e il proprio status symbol all’interno della terrace culture e dell’estetica casual inglese. Negli outfit dei tifosi inglesi, composti per lo più da capi di brand di sportswear italiani, come FILA, Sergio Tacchini, Ellesse e Stone Island, adidas deteneva praticamente il monopolio in fatto di sneaker. Indossare un paio di adidas, fossero esse GazzelleTrimm TrabCampusSpezial o Samba, diventa un vezzo dei tifosi inglesi, sneakerhead ante-litteram che durante la trasferte in Germania erano soliti mettersi alla ricerca di sneaker adidas introvabili o non disponibili sul mercato inglese. Le sneaker del brand diventano dunque parte della divisa ufficiale dei casuals, un ulteriore modo per dare forma ad un’identità anche stilistica, un modo per distinguersi dai tifosi di altre squadre, tanto che le Samba restano tuttora il simbolo dei tifosi del Liverpool

Le Samba travalicano presto i confini dei campi da calcio, diventando a tutti gli effetti un accessorio di lifestyle. Il successo delle scarpe, e la sua durata nel tempo, risiede nella loro polivalenza, nel loro essere iconiche ma non univoche, parte della storia di sport ed estetiche diverse, tanto della skate culture quanto del mondo Brit Pop di inizio anni Duemila, con i fratelli Gallagher, e i Blur di Damon Albarn. Sono state ai piedi di Bob Marley e di Freddie Mercury, di Owen Wilson e di Shia Lebouf, di Ashton Kutcher e di Donald Glover in Atlanta – uno dei volti con cui adidas cerca di conquistare la Black culture, fino al ciclismo di oggi. 

Gli anni Duemila segnano anche il decennio di oblio della scarpa, che rimane prigioniera proprio di quell’estetica casual e Brit Pop che aveva progressivamente perso popolarità e rilevanza. La scarpa però non scompare, ma resiste, rimane nelle collezioni di adidas, sugli scaffali degli store, nei retailer online, anche negli outlet, sempre uguale a sè stessa, e continua a vendere. È quasi una consapevolezza tardiva quella con cui adidas decide di riprendere coscientemente in mano la scarpa rilanciandola senza alterarla, elevandola in definitiva a quello status di leggenda normcore che solo una sneaker come la New Balance 991 può vantare. Il rilancio delle Samba è arrivato al momento giusto, ma sembrerebbe essere stato compreso fino in fondo solo ora, in un periodo in cui abbiamo riscoperto un’essenzialità, un minimalismo, nei gusti, nei gesti, in quell’estetica New Normal di cui la Samba è diventata portavoce. 

Per questa prima settimana di Marzo, noi di LSDF, abbiamo deciso di riprendere la storia delle Sneakers più iconiche al mondo, questa volta parlando delle “Converse All-Star”

Le All-Star, sono le sneakers che da quasi 98 anni vestono i piedi delle nuove generazioni.
Le primissime sneakers sono prodotte dalla Converse Ruberr Shoe Company, azienda nata nel 1908 in una cittadina del Massachusetts che porta il nome del suo fondatore Marquis M. Converse. Nei primi anni di attività produce galosce e altri modelli di calzature in gomma per uomo, donna e bambino.
Dopo alcuni anni, per ampliare il giro di affari, Mr. Convers mette a punto una scarpa adatta allo sport che nei primi anni 10 stava riscuotendo grande successo: il basket.

Nel 1917 nasce la prima Converse All-Stars. La sneakers presentava una suola di gomma spessa ed una struttura in tela nera che abbracciava l’intera caviglia. Nonostante gli sforzi del fondatore per creare una scarpa adatta ai giocatoti di basket, la calzatura non ebbe subito un grande successo.
La fama arriva quando il noto giocatore Chuck Taylor, innamoratosi del confort di queste sneakers, ne promuove le doti in tutto il paese. Chuck apprezzava così tanto queste scarpe che si recava personalmente in azienda per acquistarle e migliorare il modello in base alle sue necessità.

La fortuna di Chuck Taylor fa si che le Converse All-Stars diventino la scarpa più usata nel mondo del basket tanto che nel 1922 fa pubblicare il primo Converse Basketball Yearbook. L’annuario raccoglie tutte le foto ed interviste dei giocatori di basket che indossavano le ormai famosissime Convers All-Star, in modo da far vedere al mondo quali fossero le scarpe dei campioni.
Il contributo di Chuck Taylor è così notevole che nel 1932 l’azienda decide di imprimere il suo nome sul patch della scarpa.

Successivamente in occasione delle olimpiadi del 1936 Chuck Taylor disegna la nuova Converse All-Star. Completamente bianca, riportava i colori del rosso e blu nelle rifiniture come omaggio alla bandiera americana, divenne la scarpa ufficiale dei giochi olimpici fino al 1968.
Nel 1957 nasce Un’altra calzatura in casa Converse, la rivisitata All-Star Low Cut, che riportava tutti i segni distintivi della classica All-Star higt top, ma molto più bassa alla caviglia.
Ma il successo in ambito sportivo delle Converse non ha lunga vita. Negli anni settanta grazie al boom economico nascono numerose aziende, che oggi sono veri colossi in fatto di sportswear come Nike e Adidas, che propongono modelli molto più accattivanti mettendo così in secondo piano quelle che fino ad allora erano le scarpe più amate dagli sportivi.

La fortuna delle Converse non è finita, infatti le storiche All-Star divennero le scarpe indossate da un’intera generazione perché simbolo di una controcultura nascente.
Da scarpe adatte agli sportivi a simbolo di ribellione in pochi decenni. Le All-Star vengono indossate negli anni ’70 ed ’80 da numerosi gruppi rock tra cui gli AC/DC, i Ramones, i Nirvana e non solo anche gli attori considerati belli ed impossibili come James Dean indossano queste calzature comode e uniche nel loro genere.

Nonostante il successo, la concorrenza è spietata e nel 2001 la Converse Ruberr Shoe Company si trova sull’orlo del fallimento.
A salvare questo colosso, per così dire, è la Nike che incorpora il brand acquistandolo per la cifra di 305 milioni di dollari.
Le All-Star sono le sneakers più famose in tutto il mondo. Si stima che ne siano stati venduti quasi 800 milioni di Chuck Taylor e nonostante vengano proposti innumerevoli modelli con fantasie accattivanti, borchie, pelliccia, e doppio gambale, le classiche disegnate dal campione del basket Chuck Taylor in versione bianca o nera, rimangono un cult senza tempo.

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Fonte:

https://www.blogdimoda.com/la-storia-delle-converse-all-star-foto-49161.html